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A lot of traffic in paradise!

Siamo sulla barca veloce che ci porterà in paradiso, spero solo figurativo data la poca sicurezza che si percepisce stando in questo trabiccolo!
Non sto più nella pelle di arrivare…la mia mente ha ormai preso la tangente: provo ad immaginare come sarà fare il bagno nell’oceano, quanto potrebbero essere grandi le tartarughe e fantastico sulle belle foto che farò lungo i fondali di queste piccole isolette.

Con queste poche righe iniziavo a scrivere del viaggio verso le Gili (si pronuncia Ghili, confermato dai locali), prima che il dolce far nulla si impossessasse di me!

In realtà però non è che non si sia fatto proprio nulla. Appena arrivati, letteralmente sulla spiaggia come moderni Robison Crusoe, abbiamo scoperto che c’è un sacco di traffico in paradiso! Arrivati alla gettonatissima Gili Trawangan infatti ci siamo scontrati con un via vai di gente che scendeva o saliva da una delle numerose imbarcazioni, scaricava i bagagli o semplicemente attraversava la spiaggia. Per arrivare alla nostra meta finale, Gili Air, abbiamo dovuto cambiare barca e ripetere la trafila di carico/scarico dei bagagli con tanto di scaletta di legno di fortuna. Attraccati (anche qui per modo di dire) dopo solo pochi minuti di navigazione, ci siamo subito resi conto che quest’isola non è gettonata come la modaiola Trawangan, ma il movimento e i locali non sembrano comunque mancare.

Abbiamo lasciato le valigie nel residence e ci siamo subito lanciati in perlustrazione della nostra Isola e, trovata una bella spiaggia, abbiamo pagato i nostri comodi lettini 100.000 rupie, comprensivi di consumazione, che abbiamo subito reinvestivo in un mojito, ormai noncuranti del ghiaccio.


Come anticipato le tre giornate a Gili Air sono state molto riposanti, ma non ci siamo fatti mancare dell’adrenalina con l’attività che è valsa tutta la vacanza: snorkeling.

È quasi impossibile trovare le parole per descrivere quanto sia stata meravigliosa e intensa questa esperienza per me. Il mio primo contatto con l’acqua è timido, un po’ perché non uso maschera e pinne da troppi anni, un po’ perché non so bene come muovermi. Buttata dalla barca nella maniera più goffa possibile (gettarmi di schiena proprio non riesco) e appurato che l’acqua ha una bella temperatura, inizio a sondare il terreno, ehm l’acqua. L’attrezzatura è quella affittata (e contrattata, of course) in uno dei numerosi baracchini sulla spiaggia: la maschera aderisce discretamente, dal boccaglio l’aria passa e le pinne sono della giusta misura. Tutto sembrerebbe perfetto ma mi sento in confusione: non  localizzo gli altri, la corrente è pazzesca e continuano ad arrivare barche da tutte le direzioni, mentre quelle ferme sono in balia della corrente. Risalgo quasi subito con non poca difficoltà in barca, utilizzanzo la “scaletta-ruota”, dopo aver scattato solo qualche foto e avvistato nessuna tartaruga gigante.

Fondali Gili Meno

La seconda fermata va decisamente meglio. So di cosa si tratta e la situazione è più calma perché molte barche si sono già allontanate verso l’altra barriera. Anche qui nessuna tartaruga, ma ho fatto un servizio fotografico al pesce pagliaccio che mi piace un sacco con la sua forma schiacciata e i suoi colori allegri.

 

È alla terza discesa che si verifica però il grande incontro!

Appena entrata in acqua Marco e Lidia mi mostrano una tartaruga sul fondo. Inizialmente mi pare una roccia: ecco come si mimetizzano le bastarde! Scatto qualche foto, ma il mio scarso fiato non mi permette di scendere troppo in profondità e quindi decido di fare un giro. Ad un certo punto la vedo: è lì sotto che sta risalendo per prendere aria!! Alzo la testa per guardarmi attorno, provo a chiamare gli altri ma nessuno mi sente.

Poco importa, è tutta per me e la seguo.

Non devo neanche faticare ad immergermi che lei sale, raggiungendomi, per prendere aria. Poi si riimmerge ma solo per pochi metri e poi risale. E in questo balletto io la seguo, su e giù. E scatto foto da ogni angolazione possibile: è fantastica e molto più grande di quanto mi aspettassi.

Ad un certo punto mi sveglio come da un incantesimo e mi guardo attorno: mi accorgo di essere molto lontana dalla mia barca: chissà quanto tempo sarà passato. E se gli altri fossero già tutti risaliti a bordo? E se fossero pronti a ripartire? Agitata mi giro e inizio a nuotare, ma sono esattamente controcorrente! Muovo le pinne e mi aiuto con il braccio libero, ma sembra che per quanto mi sforzi rimanga ferma. Cerco di ragionare: poco prima avevo sentito un ragazzo che suggeriva ad una compagna di nuotare a zig-zag per risalire la corrente; provo a seguire anche io questo inatteso suggerimento e cerco di aiutarmi anche il braccio sinistro, anche se non fa troppa presa per via della fotocamera. Alzo la testa, va un po’ meglio ma sono ancora molto lontana e già veramente tanto stanca. Ho il fiatone e le gambe pesanti. Mi balena l’idea che non ce la farò, ma per fortuna scaccio subito questo pensiero e riprendo a nuotare. La corrente fortunatamente sembra stia cambiando, e inizio a sentire il mare che, come in un dolce abbraccio, mi aiuta spingendomi nella giusta direzione. Che sollievo! Un ultimo sforzo e arrivo vicino alla barca e tutte le mie paure si disciolgono. Ancora agitata e molto stanca riprendo ad ammirare i fondali, ma stavolta mi tengo nei pressi della barca.

Che mare florido di pesci! Nuoto in mezzo a branchi di pesci di tutte le dimensioni, gioco con i pescetti piccoli facendogli rompere le fila con qualche colpo di pinna e fotografo tutti quelli che mi vengono a tiro. Rientrati tutti, salgo pure io in barca e navighiamo verso Gili Meno, la terza isola. Mai un nome fu più azzeccato! Meno in tutto: la più piccola, con meno locali e meno turisti, ma sicuramente la più selvaggia delle tre.

Qui mangiamo e facciamo decantare tutta l’adrenalina. Si ritorna quindi alla nostra isola per godere dell’ultimo sole.

I successivi giorni sono volati tra relax, mare, massaggi indonesiani (vizio spesso ripetuto durante questa vacanza) e drink sorseggiati sdraiati sui comodi pouf distribuiti ovunque sulla spiaggia e cene a base di pesce.

E infine si rientra

E infine è arrivato il momento della partenza. Abbiamo lasciato Air tramite la barchetta che ci ha portato a Lombok, che abbiamo attraversato tutta sul pulmino. Da quel poco che ho potuto scorgere dal finestrino, due le cose che mi hanno colpita: la folta giungla che circonda la strada desolata, indice di quanto ancora sia selvaggia questa grande isola e le numerose moschee che si ergono maestostose attorno a costruzioni povere e rudimentali, a dimostrazione che il vero credo qui è musulmano.

Le due ore in pullman sono tutto quello che ho visto di Lombok: arrivati ormai di sera e con il volo presto la mattina dopo abbiamo cenato e siamo andati a letto. Levataccia il giorno dopo per prendere il volo per Denpasar, dove abbiamo salutato i compagni di viaggio mentre per me, Marco e Elisabetta c’è ancora il tempo per una giornata di mare a Kuta.

La giornata non è eccezionale, ma almeno l’arietta la rende sopportabile. La spiaggia è chiaramente totalmente per i surfisti: li ammiro a lungo e penso che prima o poi mi toccherà di imparare, chissà magari che non sarà la prossima avventura!

Ora siamo in aeroporto per il lungo viaggio di ritorno: tra tre ore saliremo sul volo di Emirates che in 9 ore ci porterà a Dubai. Qui dopo qualche ora di attesa arriveremo a Roma, dove attenderò per il volo che mi porterà a casa in Sardegna, dove potrò rilassarmi e smaltire il jet-lag.

Bye bye Indonesia!!!

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